La terra e il fuoco (L'altro figlio - La giara)

di Luigi Pirandello

 

Quali e quanti sono i fili che possono legare tra loro i due testi del grande Poeta Girgentano, L'altro figlio e La giara, che sono presentati in questo spettacolo?
Ognuno può cercare di dare la propria risposta a questa domanda.

E ogni risposta è legittima.

A noi sia permesso di proporne una, tra le diverse possibili.

 

Apparentemente, pur rappresentando entrambi, ad una prima sommaria e rapida lettura, che rischierebbe però di avere le stigmate della superficialità, bozzetti a forti tinte di vita siciliana, ancorati ad un qui e ad un'ora ben precisi, nulla li accomuna se non, appunto, quel qui e quell'ora.

 

A noi sembra, invece, che siano stazioni su una strada che conduce dal dolore profondo, senza fine, generato dalla condanna a solcare questa Terra che poche gioie regala e dalla privazione (di tutto: degli affetti più semplici e di quelli più grandi, dell'identità sociale e di quella culturale, dell'appartenenza ad una comunità e della linfa vitale della giovinezza, della forza delle braccia e di quella rigeneratrice della terra...), quale mostra L'altro figlio (atto unico del 1923 tratto dall'omonima novella del 1905), al tentativo di riscatto dal potere che deriva dalla sicumera del possesso, un potere che crede di tenere in pugno tanto le cose quanto le persone, ma che viene beffato con sapore luciferino da chi, invece, conosce e possiede il Fuoco del sapere e del saper fare, come sembra indicare La giara (altro atto unico del 1917 ricavato dalla omonima novella del 1909).

 

Il disincantato e beffardo conciabrocche Zì Dima de' La giara offre una possibilità di rivincita a tutti i perdenti, sia a quelli che ruotano attorno alla figura di Don Lolò, il committente e proprietario della gigantesca ma sfortunata giara per l'olio, che a quelli, rassegnati ma non ancora vinti, che sono protagonisti della storia del rifiuto di una maternità, partorita da una atroce violenza, che costituisce il nocciolo de' L'altro figlio: e la offre attraverso lo sberleffo che fa riandare alle medievali Feste dei Folli o alla Asinaria Festa, nelle quali i ruoli sociali, per un giorno, si invertono e il potente, o chi crede di esserlo, non può che chinar la testa davanti alla sagacia che fino ad allora aveva scambiato per stoltezza. E il "piccolo diavolo" può così riprendere la fattezze angeliche che solo la superbia gli aveva fatto perdere, lasciando il superbo a rodersi l'anima.

 

La Terra, impastata con le lacrime, quelle versate e quelle trattenute dai protagonisti de' L'altro figlio, viene cotta in giara, ma il Fuoco la riscatta con quel suo frammento rimastovi imprigionato che asciuga finalmente il pianto e scioglie la salsedine che questo aveva lasciato sulle guance percosse da un vento inesorabile.
E si potrebbe continuare...

 

Trama:

 

L'altro figlio:

A Farnia, nella Sicilia dei primi anni del Novecento, i giovani partono per le Americhe, in cerca di fortuna.

Restano in pochi, ancorati al paese di origine, a tentare di non far morire una terra avara che inaridisce e diviene sterile, a vivere e ri-vivere vicende e dolori antichi, come la "Rivoluzione", che fu all'origine del dramma che vede da una parte un Figlio, rifiutato dalla propria madre, e dall'altra la Madre, che rigetta la propria maternità e detesta persino sentir parlare dell'uomo cui, suo malgrado, ha dato la vita.

Tra loro le "reliquie" umane del paese, che non possono far altro che farsi spettatori impotenti e rassegnati del rinnovarsi e perpetuarsi della tragedia.

 

La giara: 

Protagonista di questa conosciutissima opera pirandelliana è la civiltà contadina del profondo Sud, dipinta con freschezza di dialoghi e sapidi personaggi.

Una giara per l'olio, misteriosamente rotta, l'ira del suo proprietario, la trepidazione dei contadini e delle raccoglitrici d'olive, la calma strafottente del conciabrocche, la supponenza ironica dell'amico avvocato: tutto ciò a precedere il paradossale epilogo "giudiziario", risolto poi in modo del tutto spontaneo dal rissoso padrone della giara.